martedì 16 giugno 2015

Il Castello di Sammezzano: Il Palazzo color del deserto che regala sogni d'Oriente.

“O voi c'avete gl'intelletti sani, mirate la dottrina che s'asconde sotto 'i velame de li segni strani”.
Un iscrizione che ricorda Dante e che solo un personaggio eclettico, geniale, colto, tracotante, polemico e schietto come il Marchese Ferdinando poteva avere il coraggio di rielaborare e di far scolpire nel gesso della sua reggia. Un personaggio che, col potere che solo la grandezza d’animo può dare, ha creato qualcosa di meraviglioso.
Perché credeva e amava quel che faceva, quello che ideava, da solo, nel disprezzo di chi non poteva capire perché cieco e piegato al pensiero comune, perché negli occhi aveva l’infinito e poco importa se questo gli rendeva l’esistenza più difficile, almeno poteva dire di avere vissuto, in libertà, senza fermarsi al limite altrui. “Ama il tuo sogno”. In una lingua forse diversa dallo nostra, in una delle tante che conosceva, in un epoca ben diversa, ma con la stessa passione, la stessa ambizione dettata dall’incoscienza e dalla nostalgia di qualcosa di non cosciuto, ma solo immaginato, mi par di vedere il Marchese Ferdinando che, camminando per il suo castello, ricorda a se stesso questo concetto.
Un politico raffinato, tanto da concepire una frase tutt’oggi attuale (“Pudet dicere sed verum est publicani scorta – latrones et proxenetae italiam capiunt vorantque nec de hoc doleo sed quia mala – omnia nos meruisse censeo anno domini MDCCCLXX”: Mi vergogno a dirlo ma è vero, esattori, prostitute, ladri e sensali tengono in pugno l’Italia e la divorano. Ma non di questo mi dolgo, ma del fatto che ci siamo meritati i nostri mali.1870), ed un amante dell’arte che non poteva che osare e guardare oltre. Amava a tal punto la sua libertà e il sogno che racchiudeva quel luogo da inimicarsi i fiorentini dell’epoca che non credevano nell’orientalismo e che, pur colti, con la stessa arroganza che riconoscevano a Ferdinando, ne sbeffeggiavano le ambizioni. Esistono punti di vista diversi, per fortuna, e l’intelligenza sta nel riconoscerne l’importanza e il valore. In una terra benedetta dall’arte, anche il Castello color del deserto dovrebbe trovare posto. Un unicum che contiene, nella forma e nella sostanza, qualcosa di meraviglioso; perché il vocabolo Maraviglia vive dentro al Castello di Sammezzano. Un ringraziamento al Comitato FPXA che ha reso possibile questa visita tanto attesa.






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venerdì 14 settembre 2012

Riforme?!

Da anni si parla incessantemente di riforme; riforma della scuola, riforma del lavoro,  riforma delle pensioni, etc, etc, ma è possibile che non ci si renda conto di ciò che dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti?


Uno Stato non funziona a compartimenti stagni. Uno Stato è come un organismo, mettiamo come un corpo umano. Se non funziona una parte di esso, inevitabilmente si cercherà di potenziarne un’altra,  se c’è uno squilibrio, si cercherà di ripararvi.  Ma se le riforme, poi, non sono altro che  tagli, sarebbe come amputare un braccio ad un corpo che ne ha già un altro malandato.
Se la riforma colpisce la scuola e l’università, inevitabilmente questo, sul medio periodo, si ripercuoterà sul lavoro. Se non è concessa una adeguata preparazione, una buona conoscenza, come possiamo pretendere di avere soggetti che svolgano in maniera funzionale e competente il proprio lavoro.
Se non c’è un’educazione al rispetto, a maggior ragione di tutto ciò che è in comune (dato che la proprietà privata credo che sia uno dei primi aspetti appresi dai bambini, negli ultimi tempi) , come si può spiegare ai ragazzini che perdono il loro tempo a fare i vandali, che quelle cose sono state acquistate anche con le imposte pagate (si spera) dai loro familiari? Ma, se le istituzioni, in primis, non rispettano il denaro pubblico, sperperandolo  come se fosse proprio,  in giochi di poteri e incremento delle lobby, cosa possiamo insegnare. Se la meritocrazia non esiste, se non in minima parte (ci sarà qualche eccezione, no?) e la politica redistributiva non funziona, come posso chiedere a chiunque abbia un coscienza sociale di sperare di migliorare la propria condizione.

Se non si permette ai più giovani, neppure in potenza, di poter sperare di fare, un giorno, ciò che più amano, come può uno Stato dirsi egualitario? Innalziamo il numero dei laureati, ce lo chiede l’Europa. Poco male se poi i laureati restano disoccupati: il pezzo di carta ce l’hanno. Il fatto che vadano ad aumentare le file dei disoccupati vi preoccupa forse di meno? No, certo, ma sono laureati,e all’estero questo conta, lì una carta in più ce l’hanno. Dobbiamo andarcene, ce lo dicono ogni giorno.

Ma, allora, chiedere a un giovane quale sia il suo sogno non è forse crudele, se poi, anche con lo studio, l’impegno, il metodo e le capacità, è altamente improbabile che riesca a giungervi?
E allora, cosa succede? Si ci deve accontentare.
Siete già fortunati ad avere studiato quello che vi piace, si sente dire. Adesso accettate un lavoro decente (ovvero, non poi così sottopagato e un minimo dignitoso) e piagnucolate poco. Mi dispiace, ma non stiamo qui a piagnucolare, siamo qui a cercare di evitare che ciò che resta di buono in questo Paese, finisca in cancrena.

Martina

lunedì 13 febbraio 2012

A tema ( o anti-tema?)

San Valentino.

Ho sempre guardato con perplessità a questa festa. Liberi di festeggiarla o meno, ma ho sempre creduto che non servisse un giorno in cui tutte le coppiette, più o meno stabili, si vedessero gironzolare con fiori e cioccolatini per le vie della città. L’unico interesse che potrei avere è di tipo fotografico; magari uscissero davvero per le strade tante persone, di tutti i generi, abbracciate e visibilmente innamorate, sarebbe splendido, uno spettacolo umano a tal punto da far sorridere con dolcezza il più cinico dei cinici.

Ma, per come vivo io l’amore, volete mettere, a dispetto di una festicciola comandata, la bellezza commovente di un regalo veramente inaspettato? Alzarsi la mattina di un qualsiasi giorno dell’anno e trovare un mazzo dei tuoi fiori preferiti, oppure tornare a casa la sera e trovare una lettera sotto al cuscino o nascosta da qualche parte  ( studiata appositamente ) per farla trovare al tuo amato?  Alzarsi in una notte insonne e scrivere con irruente coinvolgimento, anche poche parole, ma sentite.

Sentite, esatto. Se si festeggia con sentimento, benissimo, se lo si fa per compiacimento o convenzione, non so.
Senza considerare che si apporta inutile dolore a chi vorrebbe, ma non può festeggiarlo. Del resto, non tutti hanno un cuore di roccia come il mio. ^^ E non tutti vivono in una coppia in cui si snobba allegramente la convenzione, per scegliere piuttosto la spontaneità del momento. Non mi aspetto di essere compresa da nessuno, mi rendo conto di avere un punto di vista tutto mio, se non da chi mi accompagna in questo cammino. 


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domenica 7 agosto 2011

Incontri


“Negli occhi di un bambino, puoi scorgere il mondo”. 

Ho sempre avuto in mente questa frase; Non so chi l’abbia pronunciata, o se sia sempre stata nella mia testa, ma credo che negli occhi di chiunque si ami, si possa scorgere un mondo intero. Esteso, quieto e impervio.

Ed è nel momento in cui ci si sceglie, che inizia il viaggio. 
Del resto, ci sono tanti tipi di viaggi, ed ognuno è prezioso a suo modo. Percorrere chilometri può non portare a nulla di concreto, ma il percorso intrapreso ti lascia sempre qualcosa. Senz’altro, dona nuovi occhi.

 Ogni persona che incontri sul tuo cammino lascia un pezzo di sé; un gesto, il tono della voce nella pronuncia di una parola, un vocabolo diverso, un nuovo gioco, una nuova sofferenza o un nuova gioia. E così, non si è mai soli.
Il dolore, lancinante che sia, fortifica,  fa crescere e riflettere, ma il riso rinnova l’anima e la spalanca al mondo. Senza il riso, spontaneo, chiassoso, infantile, si rischia che il dolore e il cinismo prendano il sopravvento. Regalare una risata complice è un po’ come donare parte di sé. 

Il dono più grande.

giovedì 5 maggio 2011

Rosso ciliegia

Avete presente il colore lucido e vivido delle ciliegie mature? Quel rosso così carnoso e invitante? 

Ecco, le sue scarpe erano esattamente di quel colore. Non che ami le scarpe con colori particolarmente accesi, anzi, ma quelle assomigliavano a un rosso candito, erano alte, molto, forse troppo ed incredibilmente ipnotizzanti. Il passo era svelto, e la gonna di un giallo spento svolazzava al tiepido vento, sotto ad una camicetta azzurra e a dei fulvei capelli. E’ incredibile quante persone si possa incontrare sui mezzi pubblici. Ed è così bello non restare incastrati sempre tra le stesse facce. Ci sono persone con cui parli appena per due minuti e con le quali ti senti più in sintonia rispetto a gente che “conosci” da una vita. E così è accaduto con Vianne.
In realtà, non conosco il suo vero nome, ma credo che fisicamente le si addica, non so di preciso il perché, le associazione mentali sono incredibili! 

Ero seduta vicino al finestrino mentre, assorta nei pensieri, la mia attenzione si soffermò su quelle scarpe.
 “Però!” dissi a bassa voce. Ci vuole coraggio ad indossare delle scarpe di quel colore con una gonna gialla! Decisamente un’esibizionista.
Proprio mentre stavo riflettendo, la ragazza si fermò, scoccò i tacchi e si girò ruotando su se stessa, guardandomi divertita.
Sicuramente sarà abituata alla gente che la osserva stranita, pensai, chi va in giro vestita in quel modo, non cerca certo di passare inosservato. Così le sorrisi, forse per dimostrarle che non avevo gli stessi pregiudizi delle anziane signore, sedute davanti a me, che la stavano osservando scuotendo la testa.

L’autobus si fermò, e Vianne salì. Senza un attimo di esitazione si diresse verso di me e si sedette nel posto al mio fianco. Sorrise e accennò un bon jour, ricambiai e mi rimisi a guardare fuori dal finestrino, mentre le signore davanti la scrutavano severamente e lei continuava a sorridere. Dopo pochi metri, con la coda dell’occhio vidi che tirò fuori dalla sua piccola borsetta fucsia uno specchio pieno di lustrini e un rossetto dello stesso colore delle scarpe.
“Che tipo”, pensai divertita. Mi ispira simpatia. E Vianne se ne doveva essere accorta, tanto che mi porse il rossetto facendomi il gesto di metterlo. Ringraziai, ma rifiutai decisa. 
Vianne, si mise a ridere rumorosamente.  Poi mi guardò in silenzio. 
Continuava a fissarmi, così mi voltai.
Aveva gli occhi color del miele. Ed un bel volto.
Dato che non accennava a distogliere lo sguardo, interruppi, dicendo che non amavo i rossetti.
Sorrise. 
Poi, con accento francese, esordì: “Voi italiane siete così serie”.
“Ah, sì?” replicai.
“Qui, sai ti stavo osservando da molto prima che tu mi notassi, ti ho vista sul treno, ero seduta dietro di te, ti ho seguita, ma poi ho sbagliato autobus e sono dovuta scendere. Stavi osservando profondamente il paesaggio e avevi un’espressione dolce e severa allo stesso tempo.”
“Mi dispiace, ma non …”.
“Oh, non avresti potuto, te l’ho detto ero seduta dietro di te”. Mi interruppe frettolosamente.
“Giusto … Però conosci bene la lingua italiana, nonostante tu abbia un forte accento francese”.
“Mio padre è italiano, per questo vi conosco bene. Sembrate allegri, ma in realtà siete un popolo estremamente malinconico”.
“E’ vero … Sono d’accordo … ”
“Hai visto, avevo ragione!”
“Sì, okay, ma il fatto che non voglia mettere il rossetto non vuol dire questo” cercai di replicare.
Rise. Poi si avvicinò un po’, rivolse un’occhiata all’ anziana, che continuava a fissarla, come per farle dispetto, ed a bassa voce mi disse : “Non te la devi prendere, sei una persona intensa, lo si vede dallo sguardo, e questo vale più di mille rossetti”. 

La guardai perplessa.

Sorrise, e poi con serietà continuò: “ Essere straordinari non implica essere amati da tutti, anzi, solo chi ha una anima come la tua può capirti … ma se ci pensi è così bello non essere ordinari. E lo puoi mostrare con lo sguardo o con i vestiti … come me”. Poi continuò un po’ assorta : “Ti ho vista mentre aiutavi amorevolmente quella mamma a far scendere il passeggino col bimbo, senza che ti avesse chiesto nulla, e ho visto anche lo sguardo duro con cui hai fulminato quell’uomo che è sceso urtando la madre … Ami la giustizia, si vede”. 

Dovevo avere un’espressione mista tra la curiosità e la perplessità. Cosa voleva questa da me, perché mi aveva osservata così a lungo, e soprattutto, perché me lo stava dicendo come se fosse la cosa più naturale al mondo?
Evidentemente lo sguardo, mi tradì. E il volto  di Vianne, si rabbuiò. “Scusa, mi sono sbagliata, la prossima fermata è la mia, non ti tratterrò oltre”. Disse con tono talmente duro che l’accento francese parve sparito.

“Non devi scusarti, mi sembrava solo …”
“Cosa, strano?” rispose con voce collerica.
Accennando un sì, abbassai lo sguardo, e fu allora che notai le cicatrici che aveva sull’interno dei polsi.

“Il mondo non è fatto per la gente come me”, disse guardando fuori dal finestrino “ e forse neanche per te, ma ti sei omologata bene, brava, a differenza di me hai imparato a sopravvivere …  au revoir”.
Volevo fermarla, ma scese velocemente, mentre stavo ancora elaborando come reagire, guardandola impaurita. La porta si chiuse, e rimasi in piedi mentre osservavo quella gonna gialla svolazzare. Vianne si voltò, e urlò: “Mercì bon bon!”con un bel sorriso. 

Non la rividi per anni. Ma ogni giorno, quando leggevo qualche notizia di cronaca nera, avevo sempre paura di trovare una sua foto e di intravedere quelle scarpette rosse. Che adesso, mi parevano di un color sangue vivo.

La incontrai una sola altra volta. 

Era inverno, stavo correndo sotto la pioggia battente cercando di non rovinare le mie francesine laccate non appena comprate, quando ormai fradicia, nell’entrare nell’ufficio postale, mi bloccai sulla soglia, non appena vidi davanti ai miei occhi quelle stesse scarpe rosso ciliegia.
Alzai lo sguardo. Era lei e mi stava sorridendo.
Aveva tra le mani un pacco. Lo indicò e disse: “Le mie lollipop made in Paris”, come se non fosse trascorso tutto quel tempo e avessimo ripreso la nostra conversazione di anni fa.
Contraccambiai sorridendo, felice di vederla.
Non era cambiata molto, doveva avere sui trent’anni, ma non era vestita come all’epoca. Aveva un tailleur grigio, e solo un po’ di lucidalabbra. Esattamente come me. Unica differenza: nelle scarpe.
“Sei un donna, ormai” mi disse.
“Ma eri già adulta il giorno in cui ti incontrai, e senz’altro più di me. Ero un ragazza viziata e annoiata che vagava per il mondo con la presunzione di chi crede nella sua bellezza e nel fascino delle sue vesti, divertendosi a far parlare di sé “ continuò seria e dolce.
“Sono passati tanti anni … ”
“Sì, ma tutto è cambiato dopo il nostro incontro. Ti osservavo, perché ti invidiavo. Ridevo, perché mi facevi rabbia. Così altera, eppure così giovane, indifferente alle sciocchezze e attenta. Anche io, avevo sempre desiderato essere così, non avere bisogno delle vesti per sembrare straordinaria ...”
La fermai, facendole segno di cedermi la parola. “L’importante è che adesso tu stia bene, e che tu abbia conservato quelle splendide scarpe rosse, che ti ricordano chi eri e come sei” feci una breve pausa, poi proseguii. “E ti assicuro che eri e che sei straordinaria, altrimenti non ti saresti posta il problema, come la maggior parte delle persone. Io non credo di essere speciale e non appaio come tale, perché non ne ho interesse. Solo chi vive con me ogni giorno può dirti se lo sia o meno, non io. E non è detto che lo sia. Magari non appaio tale, perché non lo sono. Mi limito a sentire e a catturare tutto ciò che può riempiermi  l’anima”.

Il suo volto si illuminò e i suoi occhi color del miele, divennero lucidi. “Tu non avevi bisogno del rossetto perché già la tua anima era di un rosso intenso e vivace, il colore della vita che scorre. Mercì bon bon”.
Mi fissò per qualche istante. Poi, corse fuori e iniziò a ballare sotto alla pioggia.

Era finalmente entusiasta della vita.



Martina R.


giovedì 17 marzo 2011

"Viva l'Italia"

OMAGGIO A IERI.
Viva l'Italia, l'Italia liberata,
l'Italia del valzer, e del caffè.
L'Italia derubata e colpita al cuore,
viva l'Italia, l'Italia che non muore.
Viva l'Italia, presa a tradimento,
l'Italia assassinata dai giornali e dal cemento,
l'Italia con gli occhi asciutti nella notte scura,
viva l'Italia, l'Italia che non ha paura.
Viva l'Italia, l'Italia che è in mezzo al mare,
l'Italia dimenticata e da dimenticare,
l'Italia metà giardino e metà galera,
viva l'Italia, l'Italia tutta intera.
Viva l'Italia, l'Italia che lavora,
l'Italia che si dispera, e che si innamora,
l'Italia metà dovere e metà fortuna,
viva l'Italia, l'Italia sulla luna.
Viva l'Italia, l'Italia del 12 dicembre,
l'Italia con le bandiere, l'Italia nuda come sempre,
l'Italia con gli occhi aperti nella notte triste,
viva l'Italia, l'Italia che resiste.

OMAGGIO all' OGGI

NON siete Stato voi




http://www.youtube.com/watch?v=XGUp4m3YIIs

venerdì 11 febbraio 2011

Di più tivù

In vena di bischerate. Ma alla fine, neanche tanto.

Consapevole di tirarmi la zappa sui piedi, devo fare un annuncio:
Adoro Grey’s Anatomy.  E non sto delirando. Mi piace proprio.

Cavolo. Dal guardare solo programmi d’inchiesta quali Report e Presa Diretta, o di cultura generale come Le Storie  e concedermi ogni tanto qualche film e programmi “politici”, passare ad una serie televisiva che, per giunta mi appassiona, è un bel salto.
Devo avere paura???
Ma anche no. Per il semplice fatto che ho sempre snobbato la tv esclusivamente perché ho sempre avuto altro da fare e per evitare programmi ridicoli, basati sul niente,  che sbeffeggiando il corpo femminile  raggiungono auditel stellari. Ma, lungi da me, tutti coloro che con un certo non so che di radical chic si definiscono anti-tivù, per poi scoprire che sono molto più aggiornati di te sulle novità del piccolo schermo.
E’ una serie piacevole, piena di colpi di scena, forse a volte, eccessivamente smielata, ma adoro la voce fuori campo della narratrice che introduce e conclude ogni breve puntata. Non amo tutti i personaggi, però. Alcuni sono davvero eccessivamente romanzeschi. Si fanno delle paranoie assurde per delle stupidaggini, ma chi può biasimargli? Il mondo è pieno di gente che si lamenta senza motivo o che si piange addosso, e alla fine può capitare a tutti.  E poi ce n’è per tutti i gusti, dai più cinici ed arrivisti, ai più dolci e forti. Senza contare che le trame, non sono neppure così male, almeno quelle della serie trasmessa in questo mese (credo che sia la 6°). E’ ovvio che si tratti pur sempre di una serie, ma gli attori sono piuttosto bravi, per quanto spesso appaiono patinati, è possibile anche vederli spettinati e arruffati, a differenza di altri, e oltre alla buona dose di belloccioni e belloccione, molti altri personaggi risultano ugualmente d’impatto, se non addirittura più incisivi, al di là di ogni apparenza (il che non è sempre così ovvio). La sua forza, sta nella fragilità stessa dei personaggi, che al di là di credersi divinità terresti in quanto chirurghi, ne passano davvero di tutti i colori: infanzie negate, perdite, delusioni e amori più o meno convenzionali.  Eroini romantici del XXI sec.?! Non arriviamo a tal punto.

Insomma, mi sarò ammorbidita con l’età, ma ogni tanto, ho bisogno anche io di una buona dose di bischerate semi serie, considerando che del turpiloquio e dell’indecenza della politica, ne ho le scatole piene. Viva i quotidiani, i libri e i siti d’interesse, a quel paese i talk show in cui si parla di tutto tranne che dei problemi reali. Meglio un telefilm fatto bene allo squallore del resto, in cui la politica si è ridotta ad una serie di insulti, di proselitismo, a entrate e uscite di scena, nonché a telefonate improvvise nel modus operandi di Osama. In questo momento, apparentemente, potrei assomigliare a un Didimo Chierico, e potrei sembravi disincantata. Ma la fiamma ARDE, e come se arde. Basta una scintilla e divampa come un tempo.

sabato 15 gennaio 2011

Fortezza

A volte, confondo il pensiero con la realtà.

Chiusa nell’alto di una fortezza, osservo.  

Sono presente, fisicamente, ma spesso molto più lontano di quanto non si possa pensare.
Affogo nei ricordi, o rimembro i dolci sorrisi.
Lascio che il sole mi sfiori il volto o che la pioggia nasconda le mie lacrime assenti.
Il cuore batte e l’animo arde costantemente.  L’apparente staticità nasconde un mare impervio.

Riapro gli occhi sul mondo reale. Che poi, in fin dei conti, non so quanto reale possa essere, inevitabilmente filtrato dalle prospettive della nostra mente: Un’intersecarsi di linee, gesti, odori, sapori, in cui tutto è passione.
Dall’atto più semplice, e scontato, a quello più deciso e sfrontato. 

A volte, mi perdo io stessa in questa alta fortezza, mutevole, altera , impenetrabile e spesso imperscrutabile per il pellegrino che suona alla sua porta; Ma una volta varcata la sua soglia, sarà come leggere dalle sue vetrate, battute dal vento o invase dal sole, luci e ombre di un cuore.  Di solida roccia, reggia e prigione, si staglia su indescrivibili colline, appare nel diradarsi della nebbia e scompare come un fulmine a ciel sereno.

M.R.


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mercoledì 15 dicembre 2010

Coelho docet. In collegamento al post precedente.

  • Nelle ore difficili e nelle ore felici
     Un guerriero non condivide la tenda con chi vuole fargli del male. E tanto meno lo si vede in compagnia di coloro che desiderano solo "consolare".
     Evita chi gli sta a fianco solo in caso di sconfitta. Questi falsi amici vogliono dimostrare che la debolezza compensa.
     Portano sempre cattive notizie. Tentano sempre di distruggere la fiducia del guerriero – facendosi scudo della "solidarietà".
     Quando lo vedono ferito, essi si abbandonano alle lacrime, ma – nel profondo del cuore – sono contenti perché il guerriero ha perduto una battaglia e non capiscono che questo fa parte del combattimento.
     I veri compagni di un guerriero stanno al suo fianco in ogni momento, nelle ore difficili e nelle ore facili.
  • Il nemico occulto
     Gli amici del guerriero della luce gli domandano da dove provenga la sua energia. Egli dice: "dal nemico occulto".
     Gli amici domandano chi sia.
     Il guerriero risponde: "qualcuno che non possiamo ferire".
     Può essere un bambino che ha sconfitto in un litigio d’infanzia, l’innamorata che lo ha lasciato quando aveva undici anni, l’insegnante che lo chiamava asino.
     Il nemico occulto diventa uno stimolo. Quando è stanco, il guerriero si ricorda che lui non ha ancora visto il suo coraggio.
     Non pensa alla vendetta, perché il nemico occulto non fa piú parte della sua storia. Egli pensa solo a migliorare la propria abilità, affinché le sue imprese facciano il giro del mondo e arrivino alle orecchie di chi lo ha ferito nel passato. 

     
Il dolore di ieri si è trasformato nella forza di oggi.

De amicitia

Un pensiero:
Semplice, o almeno così dovrebbe essere, dal momento che ognuno di noi, raggiunta una certa maturità dovrebbe averlo compreso secondo coscienza. Tuttavia, a volte, proprio per l’avanzare dell’età e la crudeltà della vita, capita che si subisca l’effetto opposto, giungendo alla scaltrezza e all’opportunismo; Questo in parte potrebbe essere giustificato, peccato però che tale tipo di causalità risulti alquanto rara, e per lo più si tratti di comportamenti consapevoli.
In pochi, si può dire che abbiano compreso la vera essenza di quello che è uno dei legami più forti che ci accompagnano nel nostro cammino; E neppure io, seppur presuntuosa, posso dire di averlo compreso appieno, ma almeno di una cosa sono certa: Di averlo provato e di continuare a vedere germogliare quel bel fiore, ancora e ancora, grazie a pochi fidati e vicini.
E per questo, mi ritengo senz’altro fortunata.

Purtroppo però, come diceva un vecchio aforisma: “se vuoi fare del bene impara, prima, ad accettare il male e le delusioni”. Non sono saggia a tal punto, anzi, diciamo pure egoista, dal momento che cerco sempre di evitare le implicazioni dolorose, ma chissà perché ci ricasco sempre, fregata dall’ eterna lotta tra ragione e sentimento. So quello che non dovrei fare, ma ugualmente lo faccio.

Diffidente per natura, mi guardo sempre dal dare troppa confidenza, ma una volta ottenuta un po’ di empatia, non riesco a non dare fiducia e a non chiedere altro che un minuto di tempo o un sorriso.  Per questo motivo, credo che la metafora prima prospettata, per quanto invitante, necessiti di un correttivo e di una specificazione, dal momento che con più semplicità ed umiltà, tale sentimento, dovrebbe essere invece idealmente accostato ad un pianta quale l’edera che resiste a tutte le intemperie e che rimane, quasi perennemente, folta e verde. Certo non è l’emblema della nobiltà nella sua apparenza, ma un sangue blu non è detto che sia puro e limpido. Non è un caso che, nella maggior parte dei rapporti, si debba parlare piuttosto di rose, fiori certo nobili e belli, ma che amano essere adulati, pretendano tanto e che, per giunta, sono pieni di spine sotto ad ogni foglia.

E allora dico: Nell’eterna ingenuità e con la forza di un indole, al di là di ogni aspettativa, paziente, sono disposta anche a dover curare qualche graffio e ad asciugare qualche goccia di sangue, ma in altrettanta sincerità sono in dovere di ricordare quanto tale legame non possa prescindere dall’avvalorata dimostrazione della reciprocità. Non può sussistere, infatti, una “amicizia unilaterale”, cui fare ricorso solo quando fa comodo o quando si manifesta l’esigenza di attivare una valvola di sfogo per tensioni, crucci o depressioni varie. E’ anche questo, ma c’è ben altro. Ed è anche errato ritenere che, in funzione della decantata amicizia, si possa giustificare qualsivoglia forma d’invadenza o d’ingiustificato distacco. Comprendere, piuttosto, e perdonare se possibile.

In ogni caso è sempre bene mettere in conto, cercando di non esagerare con le idealizzazioni, che per la sua intrinseca natura di “sentimento”, è portatrice, talvolta, di pesanti sofferenze e cocenti delusioni.

Con un po’ di amarezza,senza grandi pretese, ma con ancora tanta speranza, ho scritto questo breve ed insulso post.

 

Martina

venerdì 26 novembre 2010

Elenco di cosa gli universitari non vorrebbero più sentirsi dire:

  • -          dopo la laurea, andate a vivere all’estero, perché in Italia, non avete speranze
  • -          non ambite ad un contratto a tempo indeterminato, ormai è pura utopia, la parola d’ordine è flexicurity
  • -          specializzatevi, formatevi, impegnatevi, fate anche qualche master se necessario, ma non crediate di essere pagati, perché dopo tanto studio, non sapete ancora fare nulla
  • -          sentirsi dire che tutti abbiamo le medesime possibilità, indipendentemente dall’estrazione sociale dalla quale proveniamo, perchè quello che conta è solo  il merito! Per poi scoprire che erano, ovviamente, solo belle parole
    • -          la laurea in Italia, non è che un pezzo di carta, non è niente senza l’esperienza;
             Sì, perché se cerco il primo impiego, devo già aver avuto esperienze lavorative
    • -          ambite pure ad un sicurezza economica, e a costruirvi una carriera se siete capaci, ma scordatevi di fare figli, le donne che scelgono di essere madri non vanno molto lontano
    • -          e se per merito ottenete un posto da ricercatori, farete meglio anche a cercarvi un secondo lavoro nel tempo libero
    • -          non siate idealisti, non preoccupatevi per gli altri, questo è un mondo di squali: “Mors tua, vita mea”
    • -          e poi, in fin dei conti, potete sempre sposare un uomo o una donna ricca, almeno vi fate mantenere
    • -          la laurea serve per lavorare, e una volta presa, spesso è un problema. Il mero desiderio di apprendere non è contemplato.

    Con la divina commedia, ci faremo anche un panino, ma almeno noi abbiamo avuto l’opportunità di amarla e conoscerla: Questa è la vera vittoria, non toglieteci anche il piacere e la fatica di studiare, perché una società senza cultura, è una società, davvero, senza futuro.

    Poche righe, tanto sdegno. I problemi non iniziano e non finisco certo in questi soli punti.

    Martina

    mercoledì 9 giugno 2010

    Infanzia nell' ATTESA

    PREMESSA:
    La maggior parte della mia infanzia si può dire che sia stata caratterizzata dall’attesa, o meglio, dalla creazione di aspettative. Del resto, ognuno di noi , seppure inconsciamente , finisce per basarsi su previsioni ragionevolmente realistiche ( o meno, data l’età ) circa la condotta che ipoteticamente possano tenere le persone che ci circondano o, in generale, i membri della società nella quale viviamo. Tali congetture non possono avere altra conseguenza, se non quella di portarci ad attendere un determinato  comportamento o un determinato gesto da parte degli altri e questo, inevitabilmente, può comportare delle delusioni.
    ***
    E così tra un giorno e l’altro si consumava la mia attesa.
    L’attesa di un sorriso mai ricambiato, di un bacio o un abbraccio spesso negati,
    di una parola di conforto, piuttosto che di un rimprovero, mentre le lacrime strozzavano la gola;
    L’attesa di una manciata di quello che viene chiamato amore incondizionato, di semplice complicità e dedizione.
    Curiosa, attenta e avida di sapere, solo di rado mi sono stati riconosciuti tali pregi. Non che mi mancassero i sostegni e gli affetti, ma il desiderio di riuscire e sentirsi apprezzata, in particolare da alcune persone, era tale da angosciarmi il più delle volte fino a provocarmi rabbia e dolore, arrivando a chiedermi, inutilmente, se questa fosse la normalità e, successivamente, se io ne fossi la causa.
    Da bimba vivace e ilare, quale ero, mi trasformavo in una ragazzina silenziosa e seria, e se oggi questo è dettato dalla maturità, all’epoca era senz’altro una costrizione o almeno la sentivo come tale.
    Non so come, ma ripensandoci è come se riuscissi a vedermi al di fuori di me … e intravedo una bimba esile, con i capelli biondi e corti, con occhi scuri, fieri e orgogliosi, ma di una vivacità, come spenta, perché disapprovata, che si sforza di contenersi in gesti da adulto, troppo spesso maldestri.
    Con la visibile angoscia di sbagliare, la vedo impegnarsi, tenta e ritenta, e ce la mette davvero tutta per fare quanto deve, ma spesso le è chiesto troppo per la sua età e le mortificanti  parole sono come pugnali.
    E poi le loro espressioni, le parole non dette, l’osservare attentamente se stia facendo o meno un buon lavoro, come un giudice inquisitore davanti all’imputato prima della sentenza di condanna, e le mani apparentemente salde che si muovono, lo sguardo attento e concentrato, mentre il cuore batte, forte, sempre più forte,  a tal punto da divenire un martellio assillante nelle tempie, mentre la mente soffocata è sempre allerta, pronta, per non essere colta alla sprovvista da qualche rimprovero.
    L’orgoglio di voler riuscire e l’inesperienza come limite.
    Ricordare fa male, ma non per questo voglio dimenticare, se non altro per analizzare e comprendere.
    Tanti sono stati gli sbagli, ma apprezzo il nuovo amore e il legame che si è creato, per quanto precario sia. Gli sforzi sono stati incredibili, il dolore lancinante e persistente, tanto da precludendomi la spensieratezza nota ai più.
    Insegnare ad amare, a dare e ad accettare non è semplice, specialmente se si è piccoli e sofferenti, senza contare che i gesti dolci e gli slanci di affetto tipici dei bimbi più amorevoli erano per me alquanto difficili, repressi nel timore di essere disapprovata.  
    Ma solo oggi, dopo aver compreso quanto la durezza e la fermezza con la quale sono stata formata sia risultata utile, di riflesso al mio essere, anche a loro, posso dire di esserne orgogliosa. E apprezzo, con gioia non sempre visibile e con ancora un po’ di imbarazzo, gli abbracci, i sorrisi e il bacio della buona notte.

    Martina R.

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    domenica 25 aprile 2010

    Un paese senza memoria è un paese senza futuro

    Andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.  

    Piero Calamandrei, padre costituente.

    domenica 24 gennaio 2010

    Vita vissuta

    Nella frenesia tipica dell’ora di punta, in cui la vita sembra scivolare via ad una velocità impressionante, guardandomi intorno, la mia attenzione si posa sulla vetrina di un bar poco distante, tanto da poter leggere il menù del giorno, e proprio mentre scruto al suo interno, il mio sguardo si sofferma su una coppia di anziani.
    Sono seduti ad un tavolo e l’uomo sta cercando degli spiccioli nel suo piccolo portafogli, mentre la moglie si massaggia una caviglia. L’espressione è dolorante, ma non appena il marito le rivolge uno sguardo preoccupato, sorride.
    Ecco, è arrivato il cameriere con bevande e scontrino, mancano pochi centesimi per il totale, così l’anziano signore chiede gentilmente al giovane di guardare nella sua mano per indicargli la quantità giusta; Il ragazzo con fretta prende il denaro e si allontana.
    Un bambino, giocando, cade davanti a me, così mi piego per aiutarlo e proprio mentre le lacrime stavano per sgorgare dai suoi occhioni verdi, con gentilezza gli dico che va tutto bene e il bimbo con gioiosa gratitudine riprende a giocare.
    Appena il tempo di alzarmi e nuovamente cerco con velocità quel tavolino che tanto aveva attirato la mia attenzione. Riapro il libro e lascio che il vento sfogli le pagine.
    Il sole è ancora caldo, nonostante l’estate sia finita e l’inverno si faccia avanti. Mi godo gli ultimi raggi non perdendo di vista l’anziana coppia.
    Adesso stanno parlando con lentezza, nel frattempo l’uomo prende una penna e un piccolo foglio, mentre la moglie sembra che stia facendo un elenco.
    E così, noto qualcosa che troppo spesso passa inosservato.
    Lo sforzo di una mano segnata dal tempo, pesante e stanca, che a mala pena regge una penna, troppo piccola e scivolosa da tener ben salda tra le dita. Quell’atto così semplice e ordinario appare segnato dalla fatica e dall’indecisione della mente che si sforza, con silenziosa dignità, di ricordare come si scriva una parola, vaga, lontana, forse imparata su una piccolo quaderno, gelosamente custodito, ma ugualmente logoro perché portato nello straccio col quale si andava a lavorare nei campi, oppure, sì, quella nuova parola che ripetono sempre alla tv e che pare così semplice sulle labbra di chi popola quella scatola quadrata che spesso, purtroppo, riempie le loro giornate. E poi c’è la nuova generazione, iper tecnologica , che vive nella fretta e per la quale tutto è facile e scontato a tal punto da far temere nel chiedergli qualcosa, del resto “ Poveri cari, hanno già tanto da fare, e non voglio rubargli del tempo ”.
    Dopo qualche minuto, l’elenco è terminato, piega il fogliettino e lo consegna alla moglie.
    Entrambi si alzano, si rimettono il cappotto, e si dirigono verso l’uscita.
    L’anziano apre la porta, la moglie gli stringe la mano e così, riprendono il loro lento cammino.
    Solo dopo qualche secondo, al richiamo di un bimbo, i due si voltano con un sorriso bellissimo, illuminato da una inaspettata vitalità.
    E’ proprio quel bimbo che poco prima era caduto davanti a me. Corre anche la madre, che lo segue preoccupata. Raggiunta la coppia, i tre si perdono un abbraccio e la madre rallenta sospirando.
    Ormai è tardi, e il sole non è altro che una sfera infuocata al di là delle montagne, ma la sua luce è comunque sufficiente ad illuminare il cammino di quelle quattro anime che ora avanzano l’una di fianco all’altra.

    Martina

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